LA VERITÀ DELLE VITTIME DEL CONFLITTO COLOMBIANO: INTERVISTA A JORGE JIMENEZ CASTRO

(A cura di: Rebecca Batistoni, Mariem Kilani, Laura Landi, Matilde Nolesini, Iseth Tiburcia)[i]

La Comisión de la Verdad è un organismo che opera per ricostruire un contesto di pace in Colombia, paese martoriato da un conflitto iniziato negli anni Sessanta che potrebbe giungere a una svolta decisiva. Ne parliamo con Jorge Jiménez Castro, studente del corso di laurea magistrale in Scienze politiche dell’IU Sophia e di Filosofia all’UNIPG, volontario del Nodo Solidale di Firenze e ospite del Centro Internazionale Studenti La Pira di Firenze.

Jorge, la Comisión deve il suo funzionamento all’operato di numerosi volontari sparsi in diverse zone del mondo. Quale attività svolge?

Il Sistema integral de verdad, justicia, reparacion, y no repeticion, frutto degli accordi di pace del 24 novembre 2016 firmati a L’Havana dal governo colombiano e dalle Farc (Fuerzas Armadas Revolucionaria de Colombia), ha portato alla nascita della Comisión de Verdad, organismo a carattere extragiudiziale che scadrà nel 2021. Ha lo scopo di garantire alle vittime il diritto alla verità. La verità e il rispetto sono necessari se vogliamo sperare in una convivenza pacifica.

Da quando fai parte della Comisión?

Ho conosciuto da poco l’attività della Comisión. Il processo con vari Nodi di riferimento in Europa è iniziato solo ad ottobre scorso, quando si è posto attenzione agli esiliati colombiani all’estero. Già da tempo ero impegnato e appassionato a questi temi, perciò ho pensato che il mio contributo all’interno del lavoro della Comisión potesse essere utile. In Colombia, mentre mi formavo nell’ascolto terapeutico in una scuola di psicologia transpersonale, ho studiato pedagogia della costruzione di pace e ho lavorato con il Ministero dell’Istruzione in questo ambito.

L’opera di volontari come te è rivolto anzitutto alla ricerca della verità per le vittime. Tu parli di esilio invisibile. Cosa intendi  con questa espressione?

E’ utile ricordare la storia della mia famiglia. I miei nonni avevano un’azienda in campagna che hanno dovuto abbandonare, a causa del conflitto armato. Hanno vissuto il dramma dei desplazados, vittime dello sfollamento forzato. E’ un fenomeno che coinvolge famiglie intere. In città, erano guardati con diffidenza. La gente non li riconosceva come vittime di un conflitto ignorato nelle aree urbane, che dilagava nelle zone rurali del paese. Il fenomeno di non riconoscimento delle vittime e del loro vissuto tocca anche l’esilio dei colombiani all’estero, perché viene reso invisibile, considerato migrazione economica. Inoltre i colombiani che hanno scelto la via dell’esilio volontario all’estero, continuano a vivere una condizione di profonda sofferenza causata dal silenzio dei connazionali intorno alle violenze subite, e dell’impunità che questo silenzio comporta.

Qual è la situazione della comunità colombiana in Italia e quali sfide hai di fronte come giovane studente internazionale?

Varie associazioni cercano di favorire il contatto tra i colombiani in Italia. Ma colombiani tendono a mimetizzarsi e a non parlare delle terribili esperienze vissute in patria; non vogliono riviverle. Ciò rende difficile incontrare chi voglia testimoniare come vittima del conflitto. In Italia, pochi si riconoscono tali. Firenze e il Centro La Pira ormai per me sono come casa mia, ma non nascondo che anch’io inizialmente ho incontrato alcune difficoltà a stringere amicizia con italiani e a sopportare alcuni commenti discriminatori che mi sono stati rivolti in quanto straniero e immigrato. Come tanti altri giovani colombiani, mi sento ancora molto coinvolto nelle vicende del mio paese perché il conflitto dura ancora e il dramma attraversa le generazioni.

Nel 2021 si esaurirà l’operato della Comisión. Quale futuro immagini per il tuo Paese e quali sono i tuoi sogni?

La crisi dovuta all’emergenza sanitaria ha colpito duramente la Colombia, già stremata da anni da conflitti interni e alle prese con una povertà molto diffusa. Prima del Covid19 ero più fiducioso, adesso sono più preoccupato riguardo il futuro del mio paese. Quando la Colombia uscirà da mesi di lockdown sarà difficile far ripartire il Paese e colmare le profonde differenze economiche e sociali che ci sono tra i suoi abitanti. Sarà una vera sfida continuare con le attività delle istituzioni del Sistema integral de verdad, justicia, reparacion, y no repeticion. In questi mesi il lavoro svolto è stato pesantemente svalutato dagli oppositori dell’Accordo di pace e non sono cessate le uccisioni di leader sociali nelle comunità che sono state vittime del conflitto. Voglio continuare nel mio impegno per favorire la riconciliazione e la costruzione di un contesto di pace. I miei studi sono orientati a questo.  In quante parti del mondo sono presenti o si sono consumati violenti conflitti etnici o sociali. Occorre molto lavorare sulla resilienza e sul potenziamento delle vittime di conflitti, come risorsa per rendere il mondo sempre più unito e solidale. Sogno che in Colombia ci sia un cambiamento di cultura radicale, che consenta alle vittime di essere riconosciute, perché possano esternare il proprio dolore, magari attraverso l’arte e la cultura. E perché liberate da un peso tremendo, possano esprimersi attraverso un processo di partecipazione democratica del nostro futuro.

 

[i] Giovani in servizio civile regionale presso il Centro Internazionale Studenti G. La Pira di Firenze

Un racconto con il cuore in mano: la mia esperienza di vita, di studio e di rapporto con il Centro La Pira

di Vladimir Aparicio

Vengo dalla Colombia un paese che per molti anni ha sofferto la guerra civile prodotta dai cartelli della droga e posteriormente delle guerriglie che insanguinavano intere popolazioni e hanno fatto della Colombia il paese con il numero di persone sfollate del mondo più alto, più di 8 milioni.
Questa situazione in particolare mi ha fatto riflettere su come potevo agire in questo problema concreto. Prima di venire in Italia facevo l’insegnante di letteratura e di spagnolo per stranieri all’università, potevo vivere tranquillamente e senza grossi mancanze. Mi sono sempre mostrato sensibile alle sofferenze dell’altro ma non avevo le risorse che mi permettessero di creare un cambio reale politico e sociale, così ho accettato la borsa di studio in Scienze Politiche che mi ha offerto l’istituto Sophia a Loppiano.
La borsa però non includeva i costi di vitto e alloggio, dopo un anno i miei risparmi di tutta una vita di lavoro erano finiti. Non sapevo dove andare e come fare per finire gli studi.
Il Centro La Pira, che conoscevo dal 2006 quando ho frequentato un corso di italiano, è stata la mia salvezza. Mi sono messo in contatto con il gruppo del sociale e subito loro mi hanno detto che si stavano riaprendo le residenze per studenti e sarebbero stati contenti di darmi una mano.
Con la tranquillità di avere una casa, ho finito la Laurea Magistrale in Scienze Politiche a Sophia e posteriormente cominciato studi in Governo e Relazioni Internazionali alla LUMSA di Roma.
Al termine di questa esperienza posso dire di essere profondamente cambiato avendo assimilato un bagaglio di esperienze, di confronto, di impegno che mi hanno arricchito e che hanno contribuito alla trasformazione della mia identità.
Ciascun immigrato è naturalmente portato a cambiare la propria cultura e la propria identità per effetto dell’integrazione in un nuovo Paese; per me ciò è stato ancor più significativo in quanto il Centro mi ha offerto un ambiente protetto e nello stesso tempo stimolante. Soprattutto mi ha dato la possibilità di vivere questo cambiamento di integrazione insieme a tanti altri studenti di nazionalità diverse.
Senza intenzione di rinnegare le mie origini colombiane, che restano salde nel mio animo e nel mio cuore, mi sento inserito e partecipe anche della società italiana.
L’esperienza del Centro la Pira è stata ricca di momenti piacevoli che la convivenza con gli altri studenti ha favorito. A partire dalla condivisione delle piccole cose quotidiane come per esempio la condivisione del cibo e della stanza con un ragazzo musulmano. Si è trattato sempre di un confronto e mai di uno scontro anche quando si trattava di temi religiosi o ideologici. Un clima di tolleranza e di accettazione dell’altro che mi ha portato scherzosamente a chiamare il mio compagno di stanza con l’appellativo “fratello musulmano” e ad essere da lui ricambiato con quello di “fratello cristiano”.
Di certo, come tutte le convivenze, non sono mancate le difficoltà specie nei rapporti con le persone che hanno vissuto il Centro come un luogo di momentaneo passaggio e con scarso spirito di appartenenza.
Atteggiamenti che hanno portato alcuni a sottovalutare le regole comuni quali la pulizia, il rispetto del silenzio, il riordino dei locali. Ho assolto all’incarico che mi è stato attribuito di referente tra il centro e la casa studenti cercando in questi casi di richiamare, laddove ve ne fosse la necessità, al rispetto delle regole generando anche qualche fastidio e qualche reazione non sempre positiva.
Anche queste esperienze mi hanno aiutato a comprendere il significato dell’integrazione che richiede da un lato la capacità di distaccarsi dalle nostre abitudini in un continuo movimento oscillatorio tra disintegrazione e integrazione che mi ha intimamente trasformato.
A conclusione di questo mio breve messaggio sento di poter dire che il Centro La Pira, continuando nel tempo l’importante ruolo assegnato dal Suo illustre fondatore, tesse una tela di rapporti e di legami che vanno oltre la contingenza dello spazio e del tempo.
I ponti che si costruiscono nella quotidianità della vita del Centro continueranno anche all’esterno, nella vita delle persone che vi hanno soggiornato e, come un seme, germoglieranno e porteranno il loro frutto in luoghi e in Paesi diversi.
Un frutto che ha un nome unico e inestimabile: PACE che vorrei portare nel mio paese.

Intervista a Hicham Ouarraqi

a cura di Iseth Tiburcia Ndoumou Obono Mve (attualmente in Servizio Civile presso il Centro La Pira)

 

Come ti chiami e come hai lasciato il tuo Paese dal punto di vista politico e dei diritti?

Mi chiamo Hicham Ouarraqi. Sono un ragazzo marocchino che vive a Firenze da quasi due anni. Sono studente all’università degli studi di Firenze al secondo anno del Corso in Lingue e Culture Interculturali.

Quando ho preso la mia maturità nel 2011 ho proseguito i miei studi universitari in Informatica nell’università della mia città e poi ho preso due diplomi in informatica in quattro anni.

Quando sono partito dalla mia città, la situazione del mio paese non era perfetta perché il Marocco, come sapete, fa parte dei paesi del terzo mondo e quindi ancora tante cose devono essere sviluppate. Non nego che il Marocco stia facendo grandi passi avanti a livello politico e dei diritti, ma allo stesso tempo i giovani non hanno tante possibilità per costruirsi una vita autonoma e la situazione non stava migliorando quando sono partito nel 2018.

Negli ultimi anni tanti giovani hanno lasciato il paese per mancanza di lavoro, non si può infatti dire che la politica del Marocco sia a favore di noi giovani.

Perché hai deciso di venire in Italia e a Firenze e da quanto tempo ti sei trasferito?

In realtà ho sempre desiderato venire in Italia, è un paese che mi piace. Sono innamorato della cultura e della storia italiana.

Questa passione mi ha spinto a studiare la lingua italiana e questo mi ha permesso di ottenere il visto per motivi di studio per l’Italia.

Ho scelto Firenze perché è molto famosa e perché gli studi universitari che volevo seguire e che frequento adesso si trovano a Firenze; in più la storia e la cultura di Firenze sono molto belle e interessanti. Questo è il secondo anno che mi sono trasferito.

Come hai conosciuto il Centro La Pira?

Arrivato in Italia a Firenze ho conosciuto il Centro Giorgio La Pira tramite un amico e da allora me ne sono innamorato. Sono rimasto in contatto con il Centro fino ad oggi e sono in buoni rapporti con le persone che vi lavorano.

Qual è la tua esperienza al Centro La Pira, in che modo ti ha aiutato e quale beneficio hai avuto frequentando il Centro?

La mia esperienza con il Centro Internazionale Giorgio La Pira è al 100% positiva perché mi ha aiutato in diversi step della mia vita, soprattutto il primo anno che mi sono trasferito a Firenze quando non trovavo una casa/camera da affittare, perché ero appena arrivato e perché non conoscevo nessuno.

Il Centro mi ha aiutato, orientato, affiancato nel mio percorso; è un luogo che non dimenticherò mai per tutta la mia vita.

Perciò oggi posso consigliare, parlare del Centro ad altre persone perché oltre all’accoglienza, ai corsi di lingua italiana per gli stranieri ed alla fraternità che si respira, il Centro Giorgio La Pira è un luogo dove si imparano tante cose.

 

Intervista alla Professoressa Haifa Alsakkaf

Segue un estratto della tesi di laurea composta dalla Dott.ssa Maddalena Cipriani, intitolata “La conoscenza della lingua come strumento di integrazione”, Relatore: Prof. Andrea Valzania, Anno accademico 2019/2020.

Università di Siena – Dipartimento di Scienze Sociali, Politiche e Cognitive

Corso di Laurea in Scienze del Servizio Sociale

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3.3 INTERVISTE AI VOLONTARI DEL CENTRO GIORGIO LA PIRA DI FIRENZE

Di seguito l’intervista alla Professoressa Haifa Alsakkaf.

La Professoressa proviene dallo Yemen, ha 47 anni e vive in Italia dal 1994. Sta preparando un dottorato in Pedagogia Interculturale. È laureata in Scienze Politiche, ed anche in Tecniche di Laboratorio Biomedico e Biologia.

Haifa racconta: “Io ho lavorato tantissimo con la Comunità di Firenze, con immigrati che arrivano dai paesi arabi. Prevalentemente ho lavorato nell’insegnamento della lingua araba ai bambini, ma in contemporanea abbiamo fatto, con l’aiuto del Centro La Pira, anche dei corsi di alfabetizzazione per le mamme per quanto riguarda la lingua italiana. Credo che questa iniziativa sia molto importante anche per una migliore integrazione nella società italiana. Per quanto riguarda il test B1 ritengo che sia troppo difficile da sostenere; ci siamo resi conto che in alcuni casi è molto difficile insegnare una seconda lingua, quando nella prima lingua le persone non sono molto istruite.

Abbiamo concentrato il nostro lavoro anche sulla componente femminile, in particolare sulle mamme. Abbiamo realizzato dei corsi di lingua di origine, in questo caso l’arabo, anche per le mamme che portavano i loro figli, soprattutto quando vengono da paesi dove il tasso di analfabetismo è piuttosto alto, per passare poi all’insegnamento della lingua italiana.

Domanda: Di che cosa si occupa lei? Come è nata questa idea dei corsi di lingua gestiti dal centro?

 Risposta: Io sono un’insegnante di scienze. Nel 2001 mi sono occupata della fondazione della prima scuola per l’insegnamento della lingua araba rivolta ai bambini in età scolare, principalmente della scuola primaria quindi dai sei agli undici anni. Nel tempo questa iniziativa è cresciuta e, da una solo scuola, sono nate tante altre e l’età degli alunni si è alzata fino ad arrivare ai diciannove anni. Ho continuato a fare il mio lavoro di  insegnate all’interno della scuola italiana e parallelamente, insieme ad altre donne della Comunità Islamica di Firenze, abbiamo portato avanti la scuola di lingua araba. Vorrei precisare che il coinvolgimento della Comunità Islamica è dato dal fatto che gli immigranti dai paesi arabi sono prevalentemente mussulmani e tante richieste sono arrivate dalla Comunità ma la scuola non ha uno stampo religioso. La Comunità Islamica ha cercato di portare avanti questo insegnamento con delle lezioni di arabo all’interno delle Moschee nel fine settimana ma, per vari motivi, queste iniziative non hanno avuto successo.

Nel 2001 si è presentata l’occasione per far partire il progetto, grazie anche al Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira e proprio lì abbiamo tenuto le prime lezioni. L’iniziativa è stata avviata con un gruppo di donne che hanno preso in mano la situazione perché erano propri i loro figli ad avere bisogno di questo insegnamento. Questi bambini sono nati o cresciuti in Italia e comunque frequentano la scuola e quindi imparano la lingua italiana. Per queste mamme era molto importante insegnare ai figli anche la lingua e la cultura d’origine per evitare che si creino delle barriere linguistiche tra figli e genitori, che è effettivamente un problema ricorrente. Così abbiamo iniziato a fare queste lezioni di lingua araba il sabato mattina al Centro La Pira. Le mamme che portavano i bambini rimanevano lì ad aspettarli, allora ci è venuta l’idea, visto che abbiamo la disponibilità di insegnanti volontari del centro, di fare per queste mamme un corso di lingua italiana. Abbiamo visto che la richiesta di queste donne era di avere un insegnamento che permettesse loro di fare le cose di tutti i giorni, della vita quotidiana come fare la spesa o cosa dire quando vanno dal medico. Hanno imparato anche la grammatica di base ma soprattutto quella lingua che le aiuta nell’integrazione sociale imparando il linguaggio e i vocaboli necessari per i vari contesti. Così abbiamo attuato i corsi per le mamme in contemporanea a quelli per i figli. Abbiamo incontrato alcune difficoltà, principalmente dovere iniziare da zero creando un corso partendo dall’alfabeto come si fa con i bambini ma con una metodologia diversa adatta per queste mamme. C’erano anche le differenze nel livello d’istruzione, alcune erano laureate e parlavano più lingue ma altre avevano bisogno di alfabetizzazione nella propria lingua d’origine.

Tutta questa attività continuava e continua ancora oggi nelle varie sedi delle scuole per l’insegnamento della lingua araba.

Domanda: Quali sono state le problematiche sorte dopo l’11 settembre 2001

 Risposta: Le migrazioni verso l’Italia sono un fenomeno recente che si è intensificato solo verso gli anni Novanta. Generalmente si trattava di uomini adulti in cerca di lavoro che successivamente portavano le famiglie, perciò all’inizio del Duemila la presenza di immigrati dai paesi arabi e islamici era una novità. Quando sono successi i fatti dell’11 settembre la Comunità Islamica è stata soggetto di atti incivili e stigmatizzazione e, purtroppo, i media hanno avuto il loro ruolo nel creare questa immagine dei mussulmani come se fossero tutti dei terroristi. È stato un momento molto difficile per la Comunità. Era una fatto paradossale, visto che nel passato gli italiani stessi hanno migrato per molto tempo e sono stati vittima degli stessi problemi che ora si stanno verificando in Italia a danno degli immigranti.

In quell’occasione c’è stata la visita alla sede della Comunità dell’allora presidente della regione Toscana, Claudio Martini, per esprimere il suo sostegno. Durante l’incontro c’è stata la proposta di diverse donne della Comunità di creare un progetto per farsi conoscere con l’obiettivo di una migliore integrazione. Lo sconosciuto fa paura, invece se c’è un’iniziativa o un modo di potere fare conoscere la propria lingua, la propria cultura sarebbe un ulteriore passo verso l’integrazione nella società. Era un momento difficile, ma nello stesso tempo è stata la molla che ha aiutato la nascita di questa iniziativa, direi che è stato un elemento decisivo. Da un contesto teso e difficile è nata una situazione positiva, grazie anche all’appoggio delle istituzioni e al Centro La Pira. Quello che si cerca di far capire alla cittadinanza è che queste comunità di immigrati fanno parte del tessuto sociale, fanno parte della società.

Domanda: Cosa pensa delle normative di integrazione?

 Risposta: Ci sono diverse normative anche molto belle e utili sia per l’alfabetizzazione, che per l’integrazione e la valorizzazione delle diverse culture. Le normative parlano chiaro e danno gli strumenti per mettere in atto queste politiche di integrazione. Poi, però, a livello pratico vediamo che le cose non vanno sempre come dovrebbero andare. Troviamo che da parte delle amministrazioni locali c’è il timore di mettere in atto alcune iniziative perché la società potrebbe non essere pronta ma questo atteggiamento non è producente. Infatti lo scopo finale delle nostre lezioni è di aiutare a creare una società multiculturale, perché ormai la società italiana è multiculturale. Dobbiamo, quindi, fare i conti con questa realtà evidente e bisogna attuare quelle politiche e quelle strategie che premettono alle persone e alle loro famiglie di integrarsi pienamente.

L’alfabetizzazione è un altro elemento importante. Quando si formano le barriere linguistiche si creano dei grossi problemi, ecco perché è importante imparare la lingua del paese di accoglienza. Questo aiuta molto anche all’interno della famiglia; il bambino studia la lingua italiana a scuola, è facilitato ad usare questa lingua mentre la madre con l’italiano arranca e così si creano delle incomprensioni tra la madre ed il figlio che non riescono a comunicare tra di loro. Non è solo un discorso linguistico ma con la lingua si crea anche una forma mentis. I figli hanno una mentalità e i genitori un’altra,  per questo è molto importante la lingua a livello familiare.

Domanda: Il progetto DoMusCAI.

 Risposta: È stato il progetto originale con cui è nata questa iniziativa che in seguito ha cambiato denominazione perché si sono aggiunti altri progetti. L’obiettivo è la divulgazione e il far conoscere la lingua e la cultura araba. Abbiamo cominciato con un solo progetto che si è allargato e, come ho detto, ora ce ne sono tanti altri progetti di questo tipo, per la maggior parte femminili. Sono soprattutto le donne che portano avanti questi corsi, donne che hanno una preparazione adeguata. Molte di loro sono laureate nel loro paese d’origine ma purtroppo in Italia non viene riconosciuto il loro titolo perché non ci sono gli accordi o per altri motivi burocratici.

Al Centro La Pira l’accordo era tra il Centro e DoMusCAI e in modo volontaristico. Dopo qualche anno siamo passati all’interno della scuola pubblica, in orario extrascolastico. L’accordo attuale è tra il Comune, la Scuola, e la Comunità e continua ad essere di tipo volontaristico, non ci sono rette da pagare, c’è solo una piccola quota di iscrizione che serve per l’assicurazione e per il materiale.

Tra le sedi ci sono, oltre a quelle fiorentine (ce ne sono 4), la scuola di Scandicci, la scuola di Campi Bisenzio, la scuola di Sesto Fiorentino e la scuola di Castelfiorentino. Sono aperte a tutti, non solo ai membri della Comunità ma a tutta la cittadinanza, a tutti coloro che hanno interesse ad imparare la lingua e la cultura araba. Ci sono anche ragazzi che non sono arabi che si iscrivono per conoscere la lingua e la cultura, ad esempio ci sono stati alunni che hanno portato alla scuola di arabo i compagni di classe italiani.

Domanda: Cosa pensa del Decreto Sicurezza bis, e ciò che comporta?

 Risposta: Perché si fa il test di lingua? È una valutazione dell’integrazione della persona? Sono la prima a dire che la lingua è uno strumento importante per l’integrazione, senza il quale la persona immigrata rimarrebbe isolata, non potendo esprimersi, entrare in conversazione o comunicare, la sua integrazione sarebbe certamente molto più difficoltosa. Ma non si può misurare l’integrazione di una persona tramite un test linguistico, non possiamo giudicare quanto è integrato solo dalla lingua, nella mia opinione non è un metro di valutazione accurato. Bisogna valutare se la persona nella vita quotidiana è integrata veramente dal contesto e dal tipo di vita che fa. Una persona immigrata potrebbe conoscere bene la lingua ma non essere minimamente integrata. Anche il livello richiesto è piuttosto alto, ci sono alcune espressioni di cui non si fa uso normalmente nella vita quotidiana. A richiedere un livello linguistico più alto potrebbe essere, ad esempio, il lavoro, se esso è di un certo tipo e quindi necessita di una conoscenza della lingua più approfondita.

Una cosa che ho trovato abbastanza sconcertante è che questi test di conoscenza della lingua sono tutti solo scritti. Se consideriamo che una grande percentuale delle persone immigrate provengono dal Nord Africa o dall’Africa Subsahariana o altri parti del mondo dove il tasso di analfabetizzazione è molto alto e molti hanno un livello di istruzione bassissimo, sottoporli ad un testo scritto li mette ancora più in difficoltà.

Un altro esempio in questo senso è il test per la patente, per gli stranieri prima si poteva ottenere la patente di guida attraverso un esame orale, adesso non più. Considerando che questo particolare test, per com’è strutturato linguisticamente, è difficile per gli stessi italiani, per uno straniero è ancora più difficile da sostenere.

Non sto dicendo che non è importante imparare a leggere e scrivere, ma si deve considerare qual è lo scopo finale di questi test della lingua, che cosa si sta cercando? Se si sta cercando di far integrare le persone per avere una società coesa, una società multiculturale funzionante, allora bisogna dare modo alle persone di integrarsi, ognuno con i propri strumenti, considerando anche la storia personale.

Domanda: Se sono tutti obbligati a fare il test è possibile che una donna essendo obbligata a frequentare dei corsi, incontrando altre donne, riesca ad acquisire più consapevolezza all’interno de nucleo familiare?

 Risposta: In molti casi funziona così ma dipende anche dalla cultura e dal paese di origine. Le donne si trovano davanti al fatto che qui c’è una realtà differente da quella del loro paese d’origine, quindi devono cercare di usufruire al meglio di tutte le possibilità che hanno a disposizione. Se vogliono avere i benefici che offre lo Stato italiano, è necessario imparare la lingua e frequentare i corsi.

Nel nostro caso, per poter fare in modo che queste donne venissero ad imparare la lingua italiana siamo passati attraverso i figli. Abbiamo convinto le famiglie che i figli devono conoscere la loro lingua d’origine, quindi li devono portare alla scuola di arabo e attraverso i figli abbiamo portato le donne ad imparare la lingua italiana.

Solo che non è sempre così semplice, a volto bisogna convincere il marito, che prima aveva il controllo totale, il potere su tutto, che deve lasciare questo potere anche alla moglie. In alcuni casi è molto difficile convincere il marito e dirgli di stare a casa a pensare ai figli piccoli, mentre la moglie va a studiare, non è da tutti riuscire a cambiare questa mentalità. Bisogna fargli capire che non è più nel suo paese di origine e che in Italia le cose funzionano in modo diverso e che per poter stare nella nuova realtà bisogna adattarsi al nuovo modo di vivere, questo vuol dire portare le moglie, le donne, le figlie a frequentare i corsi di lingua.

All’inizio queste donne sono un po’ timorose, un po’ titubanti, quando poi vedono le possibilità che hanno davanti ed il beneficio che avranno, sono anche più propense a proseguire. Ci sono anche le situazioni estreme, ma nella maggior parte dei casi funziona bene e la maggior parte delle donne riesce ad acquisire più consapevolezza di sé, nella vita sociale e in quella familiare.

Un altro contesto dove si vede questo beneficio è la scuola dei figli. Abbiamo visto che generalmente quando ci sono i colloqui con la scuola, spesso nessuno dei due genitori si presenta. Il padre deve lavorare, ha troppo da fare perciò devono andare le mamme, ma non hanno gli strumenti sufficienti per comunicare, a volte portano dietro i figli per fare da interpreti, ma non è la soluzione migliore. Mostrando loro il beneficio che ricevono nel parlare con i professori dei figli,  grazie alla conoscenza della lingua, si aprono di più.

Anche un ritorno economico può essere un incentivo, imparare la lingua facilita il trovare lavoro, quindi ad avere un’entrata in più per la donna e per la famiglia.

Domanda: Come viene accettato questo percorso di insegnamento dalle famiglie?

 Risposta: Se fai capire al marito, anche il più rigido, che ci sarà un miglioramento sociale e economico per la famiglia, la sua resistenza e opposizione verranno meno. Bisogna fare presente questo aspetto, presentargli i vari diritti e le varie possibilità che la famiglia potrebbe avere se ne fa richiesta. Molti durante le lezioni chiedevano come possono fare per avere questo o quest’altro diritto, come fare per avere le cure mediche, ecc.

Ci sono anche persone che avevano una mentalità un po’ più chiusa, ma davanti alla possibilità di un miglioramento non si sono tirate indietro. Si deve anche fare spesso presente che adesso si trovano in una società diversa, in un contesto differente e che certe cose non si possono più fare. La parte più difficile è convincere le persone che devono cambiare alcune abitudini, ci sono delle regole a cui si devono attenere nella nuova società. Il politically correct, dove si cerca di non entrare mai in alcuni aspetti perché sono scomodi o dove si cerca di essere sempre accondiscendenti per qualsiasi cosa, a me non piace, dobbiamo trovare una via di mezzo.

La cultura delle persone va conservata, però si deve considerare che siamo in un contesto diverso con le sue regole e che su alcuni aspetti legislativi ci si deve adattare per forza. Ma questo non vuol dire che devono lasciare la loro cultura d’origine o cambiare completamente, non si tratta di una società di assimilazione, ma di un società multiculturale dove ogni cultura deve essere valorizzata.

Domanda: Quale è stata la più grande difficoltà che ha incontrato durante questo percorso di insegnamento?

 Risposta: Tra le difficoltà c’è la molteplicità dei paesi di origine, i paesi arabi sono ventidue e le persone che vengono da questi paesi sono differenti e hanno una varietà di  tradizioni. Questo comporta delle difficoltà nella didattica in sé, non è facile creare un percorso unico adatto a tutti. Paesi arabi tra loro molto distanti, come ad esempio l’Egitto ed il Marocco, che sono anche le due comunità arabe più presenti in Italia, sono molto differenti tra loro per specificità culturali e per il dialetto della lingua parlata.

Ci sono delle difficoltà legate alla irregolarità della frequenza delle lezioni. Noi raccomandiamo vivamente alle famiglie di venire con regolarità alla scuola di arabo ma le presenze non sono obbligatorie. Molti per via della distanza o per altre situazioni familiari non si presentono anche per lunghi periodi. Adesso con il moltiplicarsi delle scuole se non possono andare in una scuola per motivi logistici, possono frequentare un’altra, questo almeno permette una certa continuità.

Oltre all’aspetto economico anche l’aspetto organizzativo era difficile. Non tutti erano d’accordo che venisse fatta questa attività nelle scuole pubbliche, in particolare alcuni dei genitori degli alunni che andavano in queste scuole. Alcuni parlavano di indottrinamento e di scuole coraniche, molto era a causa dagli effetti negativi dei media e le notizie che davano. Ci sono state delle visite a sorpresa da parte dei genitori per vedere cosa stessimo facendo, con la scusa che ci sono state lamentele per oggetti “spariti” e aule lasciate in disordine. Noi facevamo tanta attenzione a lasciare tutto pulito e in ordine a volte si doveva documentare con delle foto per non dare nessun motivo di discussione. Adesso va molto meglio perché hanno compreso di cosa si tratta, si sono resi conto che è un’attività didattica, educativa e di formazione come qualsiasi altra con un programma concordato e appoggiato dalle istituzione e dalla scuola. Ovviamente è molto importante la conoscenza reciproca, in questo caso è stato molto utile aprire la scuola e i corsi a tutti per fare capire che facevamo qualcosa di utile alla società.

Domanda: Spesso una persona se viene da una certa cultura finirà in una certa categoria lavorativa. Avete affrontato questa difficoltà?

Risposta: La colpa di questo è da entrambe le parti: la società italiana e le comunità degli immigrati. Quando un immigrato arriva in Italia, viene inserito nello stesso ambiente lavorativo dove lavora già il parente o l’amico. Il paese di accoglienza da parte sua non facilita il riconoscimento del percorso d’istruzione che potrebbe avere questo immigrato. Ad esempio quasi il 40% degli egiziani è laureato, in economia, in giurisprudenza, ecc. Il problema è che non riescono ad avere il riconoscimento del loro titolo e non riescono a trovare il lavoro adatto alla loro preparazione anche a causa della situazione di chiusura mentale presente in Italia. Sono pochissimi coloro che ci sono riusciti, e chi ci riesce fa un lavoro autonomo e non è facile nemmeno questo. Per la maggior parte rimangono in quella categoria in cui si sono trovati e non riescono a progredire più di tanto.

Ciò che mi preoccupa maggiormente sono le seconde generazioni, ci sono casi in cui i genitori sono laureati ed i figli invece non sono andati oltre la scuola media. Molti entrano in istituti professionali e, se finiscono, riescono in qualche maniera a trovare lavoro ma la maggiore parte non riesce ad andare avanti e non frequenta l’università. Se le famiglie non possono sostenere economicamente i figli all’università ci sarebbe il diritto allo studio e la possibilità di studiare con l’aiuto dello Stato ma ho notato che molti di questi ragazzi, pur sapendo questo, non vanno avanti nello studio, e preferiscono entrare subito nel mercato del lavoro anche s’è precario.

L’esempio dei genitori in questo caso è molto importante, se i genitori riuscissero  a sganciarsi dagli stereotipi potrebbero aiutare i figli. Se invece, il figlio vede che tutta la famiglia lavora nello stesso ambito, penserà che non ha senso studiare tanto il suo futuro sarà di finire in quella categoria lavorativa, ma così il progresso sarà molto difficile.

Questi figli non sono né di qua né di là, non sono immigrati ma neanche autoctoni, non sono in sintonia con i genitori, ma non si riconoscono nemmeno nella società italiana. Per loro trovare un equilibrio è molto difficile e ci sono delle barriere che non riescono a superare. Quando un ragazzo di quindici anni nato in Italia deve continuamente rinnovare il permesso di soggiorno e non può fare alcune cose perché non ha la cittadinanza italiana, cresce con un senso di non appartenenza e dell’essere ovunque fuori posto. A volte questo porta ad un rifiuto totale della cultura d’origine, alcuni si danno dei soprannomi italiani, tipo Pippo o Mimmo o altro, come segno di allontanamento della propria cultura e questo crea problemi familiari.

In una classe quando si trovano più ragazzi di origine non italiana diventa più facile per loro inserirsi perché possono confrontarsi. Proprio per questo i genitori li portano alla scuola di lingua araba per farli vedere che non sono soli e che ci sono altri come loro che ce l’hanno fatta a realizzarsi sia personalmente che professionalmente.

Io ho vissuto questo percorso, questa doppia cultura, anche con i miei figli e vedo che molti di questi ragazzi non esprimono ciò che sono per paura di non essere accettati.

Domanda: Quale è stata la cosa che la ha colpita di più di tutto questo percorso?

Risposta: Il Centro La Pira, per la sua storia, per come è nato. Quando sono arrivata in Italia ho frequentato dei corsi di lingua italiana lì. È un centro che è riuscito a fare di un ideale una realtà perché è nato come centro per gli studenti stranieri, parlava e si occupava degli stranieri in tempi non sospetti, negli anni Settanta. Da lì sono nate diverse iniziative sociali e culturali, è un ambiente dove iniziative come la DoMusCAI hanno trovato terreno fertile per poter nascere e crescere, perché il centro La Pira ha dato senza esitazione una vera vita concreta a questo progetto.

Io credo che ci debba essere del coraggio da parte delle varie istituzioni. Ci sono voluti sette anni per far partire il nostro progetto all’interno della scuola pubblica. Siamo andati con il progetto nelle scuole, tutti dicevano che era una bella iniziativa ma nessuno lo prendeva davvero in mano, solo dopo la prima scuola è stato più facile.”

Tribolazione in comunità: COVID-19

di Yorick Obame

 

Abbiamo tutti fatto la conoscenza all’improviso di un virus che è venuto da  nulla. All’inizio si pensava che era una cosa che non poteva arrivare alle nostre porte invece è stato un brutto incontro. Il COVID-19 ci ha sorpreso e non si sapeva come comportarsi quando si è saputo la ondata dei primi casi in Italia. Era quasi come si fosse un grande scherzo. E poi le mesure sono cominciate quando la situazione si era agravata.

Qui, nell’appartamento del Centro Giorgio La Pira, in via Pescioni n° 3, ci siamo presi di panico per la voce che girava della chiusura delle frontiere. C’è chi, fra di noi voleva mettersi al sicuro in qualsialsi modo. Era un’occasione per andare via per vedere i suoi visto che tutto era quasi chiuso trane le frontiere. Purtroppo non è stato possibile ad un certo punto. Era un momento di grande confusione. Abbiamo dovuto affrontare insieme le prime settimane. Ci ricordiamo che durante questo inizio di “lockdown”, la paura era tale che non si voleva che nessuno di noi andasse fuori per ragione non seria. Sapevamo che se uno di noi avesse preso il “virus”, tutta la casa sarebbe stata contaggiata. Sicché, abbiamo organizzato una reunione (per organizzarci al meglio) fra noi per ricordare a tutti per quanto era importante uscire per un motivo davvero importante. E che la nostra responsabilità tuteleva non solotanto la nostra salute ma anche quella degli altri. Prima di entrare nel pieno della Quarantena, uno dei nostri coinquillino era riuscito ad  andare a stare con qualche amico suo per non esporsi troppo. Quindi siamo rimasti in sei (6) durante quel periodo di confinamento.

Cosi, abbiamo celebrato la Pasqua tutti insieme trane il nostro compagno Jorge. Passavamo le nostre giornate fra i nostri spazi privati e gli spazi comuni. Si faceva delle chiacchere spesso durante il pranzo e la cena. Era divanto una routine. Ma era anche il momento in cui ci scambiavamo notizie sul Coronavirus. Si prendeva qualche notizie del paese di ciascuno di noi e dei nostri. Le nostre famiglie erano preoccupati sentendo e vedendo le brute notizie dall’Italia sul tema del Covid. In somma, la nostra quotidianità era divisa tra i momenti di chiacchera, di scambio di notizia, studio e vicinanza con i familiari. Era un esercizio di apprendimento di se stesso e degli altri perché lì, uno si chiedeva cosa potrebbe fare? Come potrebbe sfruttare questo tempo ai fini utili? Ce la farà o no? Riusciremo ad uscire da questa situazione?  Sono tempi difficili in cui uno si fa demande cosi profonde con una visione futura cosi scarsa. Poi, via via le risposte prendono forme superando il “lockdown”. Si vince la noia, lo stress, la paura facendo tante altre cose che non avevamo la possibilità di fare prima dei tempi COVID-19.

Per superare questa dolorosa prova ognuno cercava di occuparsi anche se non era facile. Ad esempio durante questo periodo Horacio, uno dei sei (6) ragazzi rimasti, ha potuto riconnettersi con qualche parenti suoi con i qualli non aveva più notizie da anni. Ha realizzato in quanto lui era importante per loro e si sono avvicinati di più rispetto a prima. Ha sentito la loro umanità e loro amore.

Per Gaggini, come tutti i primi giorni erano una grande tristezza perché c’era una privazione di libertà. Passava più tempo allo studio. A parte il fatto che stava spesso con i suoi al telefono ha avuto l’opportunità d’imparare come fare dolci ma sopratutto ad “impregnarsi” della bibbia.

L’unico a casa per cui le cose non sono state cambiate di tanto era Élie. In effeti, ha sempre avuto lezione via telematica seguendo l’orario delle lezioni. Per cambiare un po’ d’aria, il modo più addatto per lui era andare a fare la spesa. La Quanrantena è stata un momento per poter approfondire il suo italiano e i capitoli in cui era indietro prima del Coronavirus.

Come i precendenti, Hicham ha potuto studiare tanto, imparare nuove cose come creare siti. E la cosa positiva per lui era il procedimento del Ramandan perché si è riuscito ad avere una relazione intima con Dio durante il digiuno.

Per Gérard, era un golpo duro. Il “lockdown” ha cambiato drasticamente i suoi piani di fine studi. Addirittura non aveva la forza di studiare a un certo punto perché non li veniva la voglia di farlo per mancanza di sonno. Era dovuto alla paura della situazione del momento.  E poi, pian piano si era ripreso grazie all’ambiente della casa. Ha imparato anche lui a fare dolci e tante altre cose. Pero la cosa che li rendeva triste era il fatto che non poteva più vedere la sua sorella con la qualle si vedevano molto spesso e li dava una mano nei studi come prima. Ha lavorato molto su se stesso.

Per quanto riguarda Yorick era difficile da vivere perché tutto si era fermato subito senza un segnale. Così, le cose sono state superate passando momenti con gli altri ma soprattuto imparando a fare nuove ricette tal che sofficini, kebab, lasagna, ecc. La cosa più dura era l’ospidalizzazione proprio a quel periode del Coronavirus. Era un sentimento di paura non per il motivo per cui si andava in ospedale di per sé, ma per via del virus.

Per Jorge, è stato molto diverso nel senso in cui si è svolto in diversi tapi. Sentiva il panico intorno a lui e vedeva la città svuotarsi man a mano prima di andare via dalla’appartamento. Ha potuto andare via lo stesso giorno in cui il decreto di “lockdown”  è stato ufficiale. Era all’inizio complicato del fatto che ha cercato (uno spazio suo) per aver una convivenza con le personne con cui era andato a vivere a Pistoia. Pensava che sarebbe stato lì per poco tempo invece è andato quasi per oltre tre (3) mesi. Durante il confinamente, ha potuto meditare e coinvolgere addirittura gli altri suoi amici. Ha fatto fatica ad informare i suoi familiari in Colombia e in Argentina perché non credevano a quello che accadeva qui Italia. Era come una mancanza di solidarietà delle sofferenze lontane. Nessuno dei suoi conoscenti li credevano affatto, specialmente in Argentina. Era strano saperlo. In fatti, finora ci sono pochi casi e ci sono dei scioperi quasi tutti giorni. Ha collaborato con qualche ONG (del movimento dei focolari) per condividere le vicende in Italia. Cioè, come si affrontava il Coronavirus nel Mondo. Mentre, era a Pistoia ha scoperto che nel luogo di lavoro di una coinquilina sua c’era un caso. Il panico si era incrementato di nuovo e per fortuna la sua amica non è stata contaggiata visto che non era in contatto con quello collega. Era anche l’occasione per lui di aver conversazioni pronfonde con i suoi genitori. È stata un’esperienza di cescita.

Al dilà delle esperienze sia personali che collettive, possiamo dire che tutti noi abbiamo cercato di fare un lavoro su di noi stessi. Abbiamo imparato per quanto i rapporti umani sono importanti e che siamo impirtanti in quanto gli altri. L’apprendimento è stata una cosa fondamentale per tutti quanti. In effetti, il tempo messo alla nostra disposizione involontariamente è stato usufrito imparando cose sia spirituali che intellettuali. Da un punto di vista generale, era un malo necessario. Ora si ripprova ad andare avanti con nuova visione e nuovo spirito.

Firenze, Giugno 2020